Lingue parlate in Valle di Susa - Valsusa vive

VALSUSA VIVE
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LA VALLE di SUSA
Le lingue parlate nella Valle di Susa
(Ricerca eseguita nel 1970 dall’Insegnante Gemma Cattero)



Molti pensano che il piemontese, come le parlate delle altre regioni italiane, sia soltanto un dialetto e come tale, con la diffusione della lingua nazionale, sia destinato a scomparire.  Ebbene, ecco alcuni cenni storici della letteratura piemontese a spiegare che non è soltanto un dialetto, ma come scrive il Prof. Gasca-Queirazza, è una lingua vera e propria, una lingua neo-latina con una sua ben chiara autonomia tanto dall’italiano che dal francese.
È bene sapere in cosa si differenzia un dialetto da una lingua: il dialetto è una parlata circoscritta ad un territorio a livello popolare senza grammatica e vocabolario, una lingua è tale se è parlata e scritta ufficialmente da un popolo che ne tramanda la produzione letteraria con grammatica e vocabolario nell’arco dei secoli.
Il piemontese è una lingua antica che si è formata dopo la dominazione romana.
Nelle terre conquistate da Roma, il latino si è sovrapposto alle parlate precedenti con infiltrazioni di parole delle popolazioni barbariche di passaggio e nel caso del Piemonte e della Val di Susa, dei Celti, Liguri, Longobardi, Alemanni ecc.
Quando l’Impero Romano si stava dissolvendo, anche la lingua latina, che si parlava ormai in tutte le terre colonizzate, cedette il posto a varie parlate locali formatisi un po’ dovunque dalla mescolanza del latino popolare con la lingua dei popoli vicini, mentre il latino classico era soltanto più studiato e parlato dalle classi colte.
Nella nostra regione, dalla fusione di queste nuove parlate, per motivi di centralizzazione politica e di prestigio culturale, su di un tipo a sfondo torinese, è nato il piemontese.
Il fatto che a qualcuno il piemontese può sembrare affine al francese, si spiega perché sono lingue sorelle, nate entrambi, come l’italiano, dallo stesso ceppo che è la lingua-madre latina.
Molti esperti, tra i quali il Prof. Gasca-Queirazza che insegnava filologia romanza all’Università di Torino e il Prof. Gian Renzo Clivio docente di linguistica all’Università di Toronto, si sono occupati delle documentazioni antiche e della vasta produzione letteraria dalle origini ai giorni nostri e da questi approfonditi studi, si ha conferma che il piemontese non fu solo un dialetto, ma una lingua ufficiale.  Si hanno testimonianze di scritti antichi in piemontese nel sec XII  i 22 sermoni subalpini e altri documenti, conservati nelle biblioteche nazionali di Torino e  Firenze.
Dopo il 1600 in particolare c’è tutta una fioritura letteraria, basta elencare alcuni nomi come padre Isler, Balbis, il medico M. Pipino, il medico E.Calvo( tutti di fine 1700) Brofferio avvocato, Norberto Rosa, deputato al Parlamento subalpino ed altri fino giungere a Nino Costa, la personalità più alta della letteratura piemontese fra le due guerre mondiali, Pinin Pacòt, che con altri collaboratori fondò  “ IJ BRANDÉ”, poeta e maestro al quale dobbiamo la grafìa moderna.
All’insegna dei Brandé che sono gli alari del focolare per tener alta e unita la fiamma, c’è una schiera di scrittori contemporanei e tra quelli di più alto livello il Prof. Camillo Brero, autore della grammatica piemontese, nonché poeta e prosatore di talento, il Dott. Vincenzo Pich, scrittore ed animatore del movimento dei Brandé, Mottura, poeta che ha dedicato molti versi alla nostra valle,  Alfredo Nicola, fondatore della rivista “ Musical Brandé”.
La lingua piemontese, se fosse soltanto un dialetto, non avrebbe avuto una produzione letteraria di grammatiche scritte da: Pipino, Ponza, Aly-Belfadel, Brero. Inoltre essa è dotata dei dizionari e vocabolari scritti da: Pipino, Capello, Zalli, Ponza, S.Albino, Pasquali, Gavuzzi, Gribaudi e Brero.

Noi piemontesi dobbiamo, dunque, essere orgogliosi e collaborare per la salvaguardia della nostra lingua e non dobbiamo ignorarne né la scrittura né la lettura.  

Nella nostra valle non si parla soltanto il piemontese, ma anche il provenzale e il franco provenzale.
Il primo si parla in alta valle partendo da Chiomonte, che fu confine col Delfinato, il secondo si parla in Val Cenischia e possiamo dire che Novalesa ne é il centro.
Risalendo attraverso i secoli al tempo della dominazione romana, si è visto come il latino subì delle infiltrazioni delle primitive parlate locali e  andò modificandosi e trasformandosi creando nuovi gruppi di linguaggi .  Tra questi, per varie ragioni, alcuni riuscirono ad imporsi sugli altri dando origine ad una vera letteratura. Ecco come nacque il provenzale che si sviluppò nella Francia meridionale. Questa nuova lingua si chiamò “ lingua d’oc” dalla formula latina “Hoc est”, equivalente al “si”.  Nella Francia settentrionale invece, si sviluppò la “ lingua d’oil” dalla formula latina “Hoc ille” che poi divenne “oil” ed infine si trasformò i “oui” dando luogo alla lingua francese, mentre in Italia era in uso la formula “sic est” che diventò “si”.
La lingua d’oc si diffuse anche nelle province limitrofe, cioè nei paesi oltre i Pirenei ( in Catalogna) e su tutto l’arco alpino, delle Alpi Cozie (precisamente partendo da Bardonecchia) alle Alpi marittime.  Attraverso il Monginevro essa penetrò nell’alta valle in direzione Nord-est verso il Col di Tenda. Dal Nord, invece, dal Piccolo e Gran San Bernardo e più tardi dal Moncenisio, penetrò la lingua d’oil o (francese). La lingua d’oc, era di carattere lirica (Trovatori), la lingua d’oil era di carattere epica (Cantastorie).  In Val Cenischia si parla il franco-provenzale che è un sistema linguistico intermedio tra il provenzale e il francese, storicamente localizzabile nell’area di influenza politica e culturale del Ducato di Borgogna, sistema che ebbe modo di diffondersi in Val Cenischia essendo prossimo il valico del Moncenisio, grande via di transito e di comunicazione commerciale attraverso i secoli, tra il Piemonte e la Savoia.
Tuttora il provenzale e il franco-provenzale, parlato nella nostra valle, si dicono ambedue  “ patois” perché sono delle varianti del sistema linguistico dovuto a infiltrazioni dei popoli di passaggio per i valichi alpini. In molti paesi della media valle, specialmente quelli situati ai piedi dei monti, si trovano tracce di franco-provenzale come : Chianocco, Bruzolo, S. Didero, Mattie, Meana, S.Giorio, Villarfocchiardo, Vaie, Mocchie, Frassinere, Laietto. Maffiotto. Rubiana e in molte frazioni montane.



Nella scuola elementare di Vaie, dal 1970 al 1980 è stato fatto un esperimento di studio d’ambiente ( con l’approvazione della Direzione Didattica di Condove) attraverso la parlata locale.
E’ stato in visita il Professor Guiu Sobiela, (catalano), docente alla cattedra di filologia romanza ( lingue di minoranza) all’Università di Zurigo, cultore di queste lingue e patois, si è intrattenuto per una settimana con gli alunni della quinta elementare di Vaie, confrontando i vocaboli  con la cultura della sua terra, ha dismostrato la veridicità della storia di queste parlate. A dir la verità è stato curioso sentire parlare piemontese da uno spagnolo meglio di come lo parliamo noi. Meglio, in quanto il suo linguaggio era letterario, privo di italianismi e ricco delle espressioni più genuine della lingua piemontese.
Per concludere, la nostra valle ha quindi un patrimonio culturale linguistico da salvare e solo conservandolo, l’uomo potrà riscoprire, attraverso la consapevolezza del passato, fatto di dolorose conquiste e di adattamento alle particolarità dell’ambiente oltre le edicole, i piloni, i quadri votivi e le meridiane, le risorse della propria valle e anche affrontare il grande problema dello spopolamento montano. E’ augurabile che anche e soprattutto la scuola prenda coscienza di questo patrimonio culturale, che può essere fonte di ricerca e di studio del territorio di cui la lingua è l’espressione più viva.




(Lettera inviata alla Maestra Gemma Cattero dal Prof. Sobiela)


Cara Gemma,

         grassie d’cheur a Chila për la bela cartolin-a dal pais ladin. I speroma che a l’abia godù cole ferie e magara ‘dcò sentù parlé la gent, përchè ël ladin a l’è parent dël piemontèis.

        I arcordoma sovens le visite an Val Susa, Soa generosa ospitalità, le vijà così simpàtiche e la cordialità ‘d la gent e ‘d tuti ij Brandé.  Ansi, pròpi dnans ëd la vijà a Vaje an Luj i l’oma provà
‘d telefoneje, ma a-i era gnun.   I speroma che tut a sia andàit bin e che la gent a sia restà contenta e a l’àbia pijàit coragi për seguité a parlé sò patois. Tuti a son content dël resultat, ma a smija che dontrè comun-e ‘d la val a sìo nen dacòrdi a la promossion ëd la lingua local.  I dubitoma nen che Chila con sò feu apostòlich a convertirà cole aministrassion e la causa dël piemontèis (o dël “francprovensal”, che noi i preferoma ciamé burgondian e dël provensal alpin). Che a dësmentia nen ëd salutè Sò colega dël Vilar, col che a sta a Borgon e a fa ‘l Diretor.

Monsignor Savi a l’ha giutame bin. Soa arvista ”Segusium”a l’è pròpi bon-a.
Grassie d’aveje pijàit l’apontament con chiel e d’avejme portà fin-a Susa.
Mi ant coste ultime sman-e, fra tante àutre ròbe, i l’hai lesù na bon-a stòria ‘d Savòja, con pro detaj sla Morian-a che a m’anteressa an relassion con Soa Val: costa, grassie a Chila, a sarà tratà ant mé travaj.
Adess ampìnisso ‘d schede an gavand informassion da un liber gròs, dël 1969, sij pòpoj preroman dle Alp ocidentaj. La stra dël Mont Genèiver (as dis parej?)
la «via d’Annibale » a l’era pròpi la pi amportant për unì Italia e Spagna.

A son vnù bele sì doi amis che a conòsso bin ël Tirol meridional: ël Prof. Héraud, ëd l’Unoversità ‘d Pau, ël gran promotor ëd le lenghe crasà, e ‘l Prof. Goebl, un giovo Vienèis che a mostra ‘l fransèis al’Università ‘d Ratisbon-a. A l’han amirà Soa bela pitura dël “Jungfrau” che a tròn-a al pòst d’onor sël piano.

Che a saluta ij amis “Brandé” e lé spëssiari ‘d Borgon, soa madamin e soa famija…


                                                         Guiu Sobiela - Caanitz - Zurich 10 Agost 1975

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